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Avevano chiesto un sito. Avevano bisogno di un sistema.

Quando Paneliquido mi ha contattata, la richiesta era chiara: nuova grafica e nuovo sito web.

È quasi sempre così. La richiesta è sempre qualcosa di tangibile — un sito, un piano social, una brochure. Qualcosa che si può mostrare in una slide e approvare in una riunione. Il problema reale quasi mai corrisponde a quello dichiarato.

Il problema vero non era il sito.

Paneliquido organizza eventi itineranti all’aperto dedicati alla birra artigianale, con format proprietari e una stagione operativa concentrata tra aprile e ottobre. Un contesto in cui le decisioni devono essere rapide, la comunicazione coordinata tra più reparti, il budget deve rendere.

Quello che ho trovato non era un problema di grafica.

Il budget ADV andava quasi interamente su Meta, senza dati chiari sui risultati. La comunicazione era rivolta soprattutto ai beer lover, con il rischio di restare inaccessibile a un pubblico più ampio. Chi si occupava di assistenza, commerciale e marketing lavorava su sistemi diversi — con il rischio concreto che un cliente segnalasse un problema e ricevesse in risposta una proposta commerciale. E poi c’era il nodo decisionale: il post era pronto, la brochure anche, la newsletter pure. Ma tutto restava fermo finché non arrivava l’ok del titolare.

Con l’uscita della persona che aveva gestito la comunicazione fino al 2023, chi subentrava rischiava di ricominciare da zero — senza criteri, senza strumenti, senza continuità.

La richiesta iniziale riguardava grafica e sito web. Il vero nodo era il sistema di comunicazione e il modo in cui venivano prese le decisioni.

Quattro fasi. In quest’ordine.

Ho strutturato l’intervento in quattro fasi, avviate a gennaio 2024. Niente slide con framework di fantasia — un percorso che parte dall’ascolto e arriva a strumenti che il team sa usare da solo.

Analisi — capire dove si perde efficacia.

Ho coinvolto direzione, marketing, comunicazione e produzione per capire dove si creavano problemi e mancanza di allineamento. Ho raggruppato gli eventi in format ricorrenti, raccolto tutti i dati della stagione 2023 in un unico file condiviso. Output: una scheda per ogni format con target e criticità, un elenco dei bisogni emersi per reparto, un documento finale con i problemi e le decisioni da prendere.

Decisioni — cosa comunicare, dove e con quanto budget.

In un workshop di allineamento abbiamo definito budget, priorità e regole per ogni format di evento. Chi fa cosa, con quali tempi di approvazione. Una matrice per ogni format con canali principali e contenuti da prevedere prima, durante e dopo l’evento. Una mappa dei target e dei messaggi chiave per ciascuno.

Struttura — rendere il lavoro più semplice da gestire.

Le decisioni sono diventate strumenti di lavoro quotidiano: template grafici standard per materiali online e offline, un file Excel per gestire eventi e raccogliere dati di stagione, un sito costruito come parte del sistema — non come vetrina isolata — con analytics e tracciamento del traffico verso le pagine evento.

Continuità — ridurre i costi inutili e la dipendenza dall’esterno.

Il team ha gestito in autonomia tutta la stagione 2024, seguendo le linee guida e aggiornando i dati in modo continuo. A fine stagione, quei dati sono serviti per prendere le decisioni dell’anno successivo su budget, canali e materiali.

I risultati, in numeri.

I dati raccolti nella stagione 2024 hanno guidato le scelte per il 2025:

  • Riduzione del 20% del budget ADV su Meta e aumento del 10% sull’affissione locale, in base ai risultati osservati.
  • Riduzione dei contenuti social organici, perché creavano confusione e rendevano meno leggibile il calendario eventi.
  • Comunicazione concentrata nella settimana prima dell’evento, più vicina al momento reale di scelta del pubblico.
  • Chiusura di Mailchimp, poco efficace, e maggiore uso di WhatsApp come canale principale di relazione e conversione.
  • Riallocazione del 30% del budget verso i canali più efficaci e riduzione di circa 10.000€ sui costi di freelance esterni, grazie all’internalizzazione della produzione creativa nel 2025.

Quello che rimane.

“Siamo riusciti a individuare il nostro corretto posizionamento sul mercato, a scegliere il target di riferimento più idoneo e a definire meglio cosa comunicare, come e attraverso quali canali.”

Chiara Capelli, Responsabile Marketing e Comunicazione — Paneliquido

Non “abbiamo rifatto il sito”. Non “abbiamo lanciato una campagna”. Abbiamo costruito un sistema che il team sa usare senza dipendere ogni volta da una consulente esterna.

La maggior parte delle aziende con cui lavoro arriva con una richiesta precisa e un problema diverso. Il sito, la brochure, il piano social non sono il problema — sono il sintomo. Il problema è che quando mancano regole chiare su cosa comunicare, chi decide e con quali criteri, ogni strumento diventa un costo invece che un investimento.

A volte basta nominarlo per iniziare a risolverlo.

La governance non è solo roba da grandi

Se rispettiamo le regole andrà tutto bene. Ma tu te le ricordi le regole? Speravo che almeno da morto avrei fatto a meno delle regole.

Tre Allegri Ragazzi Morti

Fumagally & Co è un’azienda brianzola, nata negli anni ’50, semilavorati in legno, tre generazioni di famiglia e una certezza: qualità, tempi e personalizzazione su ogni volume. Un centinaio di dipendenti, tre figure centrali (padre-figlio-moglie) e tre fedelissimi storici in produzione, commerciale e ufficio tecnico.

Qualche anno fa mi hanno chiesto un video da 30 secondi per una fiera. Semplice? Spoiler: no.

  • Papà voleva tradizione e artigianalità, “come quando nonno ha aperto la bottega sotto casa nel 1950 subito dopo i bombardamenti della guerra”.
  • Il figlio voleva USP, parole inglesi e “The Eye of the Tiger” come commento sonoro.
  • La mamma voleva loghi, numeri e certificazioni.
  • Il capo produzione voleva ogni singolo telaio di sedia in scena.
  • Il commerciale voleva tutti i clienti del mondo.
  • Il tecnico voleva render con misure da progetto e tutte le varianti colore.

Risultato: decine di revisioni, riunioni infinite e un fiume di WhatsApp. Per me tante fatture — per loro, un video che cercava di dire tutto e finiva per non dire niente.

Il punto non è che avessero torto. Avevano tutti ragione, ognuno dal suo punto di vista. E io penso che sia esattamente questo il problema: quando manca una regola condivisa su cosa comunicare, come e chi decide, ogni riunione diventa una gara tra priorità legittime. E si finisce col fare mappazzoni.

Nelle PMI si ragiona così: “siamo in pochi, ci troviamo, troviamo un compromesso.” Ed è vero, funziona. Il problema non è il compromesso in sé, è farlo ogni volta, su ogni singolo materiale, da capo. Quella conversazione andrebbe fatta una volta sola, a monte, quando nessuno ha ancora aperto Canva o chiamato l’agenzia. Non durante la revisione del video per la fiera.

Il pregiudizio della burocrazia

C’è poi un secondo pregiudizio, ancora più radicato: procedure, regole scritte, documenti condivisi — tutta roba da grandi organizzazioni, burocrazia, carta che rallenta. “Noi siamo agili, non ne abbiamo bisogno.”

Invece è esattamente il contrario: sono quelle regole che ti rendono agile davvero. Perché quando hai già deciso — nero su bianco — qual è il tono, quali sono i valori da comunicare e chi ha l’ultima parola, non devi più rinegoziarlo ogni volta. Risparmi riunioni, revisioni, e, sì, anche soldi.

La formalizzazione non è il problema. È la soluzione che nessuno vuole fare perché sembra noiosa e roba da ufficio complicato.

Finché non ci si ritrova alle 23:00 su WhatsApp a rispondere a “ma secondo te il logo è abbastanza grande?”

Le regole che scelgo io

A 17 anni le regole le volevo distruggere tutte. Le odiavo — quelle imposte, quelle arbitrarie, quelle che esistevano solo perché “si è sempre fatto così”.

Le odio ancora adesso, per la cronaca.

Ma ho capito una cosa: le regole che scelgo io non mi limitano. Mi liberano. Perché quando decido io il perimetro, non devo più negoziare ogni volta con chiunque entri nella stanza.

Quindi no, non si tratta di diventare burocrati. Si tratta di smettere di improvvisare — e iniziare a scegliere.

Ho ancora voglia di rompere le regole. Solo che adesso scelgo quali.

Il pregiudizio più pericoloso non è pensare di essere troppo piccoli per le regole. È usarlo come scusa per non scegliere.