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La governance non è solo roba da grandi

Se rispettiamo le regole andrà tutto bene. Ma tu te le ricordi le regole? Speravo che almeno da morto avrei fatto a meno delle regole.

Tre Allegri Ragazzi Morti

Fumagally & Co è un’azienda brianzola, nata negli anni ’50, semilavorati in legno, tre generazioni di famiglia e una certezza: qualità, tempi e personalizzazione su ogni volume. Un centinaio di dipendenti, tre figure centrali (padre-figlio-moglie) e tre fedelissimi storici in produzione, commerciale e ufficio tecnico.

Qualche anno fa mi hanno chiesto un video da 30 secondi per una fiera. Semplice? Spoiler: no.

  • Papà voleva tradizione e artigianalità, “come quando nonno ha aperto la bottega sotto casa nel 1950 subito dopo i bombardamenti della guerra”.
  • Il figlio voleva USP, parole inglesi e “The Eye of the Tiger” come commento sonoro.
  • La mamma voleva loghi, numeri e certificazioni.
  • Il capo produzione voleva ogni singolo telaio di sedia in scena.
  • Il commerciale voleva tutti i clienti del mondo.
  • Il tecnico voleva render con misure da progetto e tutte le varianti colore.

Risultato: decine di revisioni, riunioni infinite e un fiume di WhatsApp. Per me tante fatture — per loro, un video che cercava di dire tutto e finiva per non dire niente.

Il punto non è che avessero torto. Avevano tutti ragione, ognuno dal suo punto di vista. E io penso che sia esattamente questo il problema: quando manca una regola condivisa su cosa comunicare, come e chi decide, ogni riunione diventa una gara tra priorità legittime. E si finisce col fare mappazzoni.

Nelle PMI si ragiona così: “siamo in pochi, ci troviamo, troviamo un compromesso.” Ed è vero, funziona. Il problema non è il compromesso in sé, è farlo ogni volta, su ogni singolo materiale, da capo. Quella conversazione andrebbe fatta una volta sola, a monte, quando nessuno ha ancora aperto Canva o chiamato l’agenzia. Non durante la revisione del video per la fiera.

Il pregiudizio della burocrazia

C’è poi un secondo pregiudizio, ancora più radicato: procedure, regole scritte, documenti condivisi — tutta roba da grandi organizzazioni, burocrazia, carta che rallenta. “Noi siamo agili, non ne abbiamo bisogno.”

Invece è esattamente il contrario: sono quelle regole che ti rendono agile davvero. Perché quando hai già deciso — nero su bianco — qual è il tono, quali sono i valori da comunicare e chi ha l’ultima parola, non devi più rinegoziarlo ogni volta. Risparmi riunioni, revisioni, e, sì, anche soldi.

La formalizzazione non è il problema. È la soluzione che nessuno vuole fare perché sembra noiosa e roba da ufficio complicato.

Finché non ci si ritrova alle 23:00 su WhatsApp a rispondere a “ma secondo te il logo è abbastanza grande?”

Le regole che scelgo io

A 17 anni le regole le volevo distruggere tutte. Le odiavo — quelle imposte, quelle arbitrarie, quelle che esistevano solo perché “si è sempre fatto così”.

Le odio ancora adesso, per la cronaca.

Ma ho capito una cosa: le regole che scelgo io non mi limitano. Mi liberano. Perché quando decido io il perimetro, non devo più negoziare ogni volta con chiunque entri nella stanza.

Quindi no, non si tratta di diventare burocrati. Si tratta di smettere di improvvisare — e iniziare a scegliere.

Ho ancora voglia di rompere le regole. Solo che adesso scelgo quali.

Il pregiudizio più pericoloso non è pensare di essere troppo piccoli per le regole. È usarlo come scusa per non scegliere.