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Dalla sala prove alla sala riunioni: smettere di fare rumore e iniziare a fare hit

Prima di parlare di aziende, processi e comunicazione, devo partire da una sala prove.

Mi è sempre piaciuta la musica, tanto che fino a una certa età avrei voluto fare la rockstar. Poi la cosa è finita in un nulla di fatto, con una batteria — anche di un certo livello — abbandonata tristemente nella soffitta di casa dei miei genitori. 🥁

Serate e pomeriggi di interi weekend passati “in saletta”. Ore e ore di improvvisazione creativa che, alle orecchie dei meno avvezzi — e a quelle dei vicini di casa — poteva anche sembrare quello che molti chiamerebbero semplicemente rumore.

Finché a un certo punto succedeva la magia: intro e outro, qualche ritornello, un assolo e un paio di strofe davano vita a un brano che poi, dopo anni, sarebbe finito sul nostro unico disco mai prodotto.

Qualche volta per fare un solo pezzo ci voleva una vita. In altre occasioni, di particolare ispirazione, bastava una prova di un paio d’ore.

Col tempo ho capito che non era solo musica. Era un modo di lavorare insieme.

Le note sottolineano le parole, il ritmo sottolinea le emozioni, che danno a loro volta ancora più forza al testo. Il brano “funziona” quando tutto è talmente interconnesso da portare l’ascoltatore a trovarsi nel mondo costruito per lui dalla canzone.

L’azienda come rock band

A volte mi piace pensare alle aziende come a una rock band che cerca di scrivere la sua hit. 🎸

Una hit che serve a trasportare il cliente in un mondo in cui il suo più grosso problema, in quel preciso momento, è risolto proprio dal prodotto o servizio che l’azienda offre.

Armonizzare tutto può essere complicato. Ma con una buona preparazione tecnica, obiettivi ben definiti, una comunicazione forte tra i membri del team e una certa dose di collaborazione si può davvero fare la differenza.

Le ricerche mostrano che meno di un dipendente su tre è in grado di raccontare correttamente il brand per cui lavora (Gallup, MIT SMR).

Allo stesso tempo, studi McKinsey e Harvard Business Review dimostrano che le aziende con messaggi coerenti su tutti i canali crescono fino al 15–23% in più.

MIT Sloan Management Review & Deloitte (2015) — Strategy, Not Technology, Drives Digital Transformation — evidenziano come le aziende con cultura e narrativa condivisa abbiano performance superiori.

Come in una band, il problema non è il talento dei singoli. È suonare insieme la stessa canzone.

Quello che mi ha insegnato la band

Suonare quasi dieci anni nei Delgado mi ha insegnato che le discussioni infinite fanno parte del gioco. Ci si scontra, ci si intestardisce, si difende la propria idea. Ma quando si riesce a chiarire qual è l’obiettivo unico — la “canzone” che vogliamo scrivere — allora tutto si allinea e vengono fuori messaggi forti, pezzi che funzionano.

Mi ha insegnato che il talento non basta. Senza metodo si passa il pomeriggio a fare rumore. Con un metodo si costruisce qualcosa che resta. E comunque il percorso non è mai lineare: si riscrive, si taglia, si ricomincia. Bisogna mettersi l’anima in pace.

Mi ha insegnato quanto sia difficile far arrivare agli altri quello che abbiamo in testa. Tradurre un pensiero in qualcosa di comprensibile è un lavoro faticoso. Ma ho capito una cosa: se il messaggio è davvero chiaro per chi lo crea, prima o poi arriva anche a chi ascolta.

E mi ha insegnato che chiedere aiuto non è una debolezza. Quando abbiamo coinvolto una persona esterna, è riuscita a vedere una direzione e una bellezza che noi, immersi dentro, non riuscivamo più a riconoscere.

E da lì abbiamo iniziato a suonare davvero insieme.

Il valore più potente che hai è probabilmente quello che non vuoi dire ad alta voce

Conosco un’azienda — me l’ha raccontata un’amica, non è una mia cliente — che ha una psicoterapeuta disponibile per tutti i dipendenti. Una volta al mese, in azienda. Se vuoi, vai. Nessun obbligo, nessuna registrazione.

Una cosa concreta e reale, coraggiosa e sinonimo di grande attenzione al team, tenuta segretissima.

Perché?

Nel frattempo, sul sito di quella stessa azienda — o di mille aziende come lei — trovi scritto: qualità, tradizione, innovazione. Tre parole che non dicono niente su chi sei, cosa scegli, cosa ti sta a cuore davvero.

Ho passato anni a sentirmi dire le stesse cose. Qualità. Artigianalità. Eccellenza. Grazie al cazzo, verrebbe da dire. Ma soprattutto: e quindi?

La vetrina dei valori sbagliati

Hai presente quei negozi che espongono in vetrina i prodotti peggiori che hanno? Ecco. Molte aziende fanno la stessa cosa con i valori: mettono in primo piano quelli che non spaventano nessuno e tengono nel retrobottega quelli che raccontano davvero chi sono.

La psicoterapeuta in azienda. Gli assorbenti gratuiti nei bagni. La scelta di non lavorare con certi clienti per ragioni etiche. Pagare le tasse in Italia senza sedi legali a Malta o Dubai. Cose concrete, visibili, coraggiose. Nascoste.

Avere valori è fare politica

Ecco la cosa che nessuno vuole sentirsi dire: avere valori è fare politica.

Non nel senso dei partiti. Non nel senso delle ideologie.

Ogni scelta che fai come organizzazione è una posizione. Il prodotto che vendi, il prezzo che fai, le persone che porti nel team e quelle che decidi di escludere, come tratti chi lavora con te.

Politica non è una parola sporca. È la parola giusta.

Chi decide di mettere una psicoterapeuta a disposizione dei dipendenti sta dicendo qualcosa di preciso su come vede le persone, il lavoro, la responsabilità di chi guida un’organizzazione. Sta prendendo una posizione.

E la tiene segreta.

Hai presente quando dici una cosa importante sottovoce, quasi sperando che nessuno la senta? Ecco, è esattamente quello che fanno queste aziende. Hanno qualcosa di valore da dire e lo bisbigliano. O peggio, non lo dicono affatto.

Non dirlo non ti rende neutro. Ti rende irrilevante.

E soprattutto: ti fa perdere l’unica cosa che nessun concorrente può copiarti. Perché la qualità la può avere chiunque. I tuoi valori, no.

Quella psicoterapeuta mensile vale più di qualsiasi payoff scritto da un’agenzia.

Peccato che nessuno lo sappia.